IMMAGINI CHE RACCONTANO IMMAGINI

Considerazioni personali sul lavoro fotografico svolto per lo spettacolo teatrale IN&OUT

(regia di Anna Gesualdi)

pagliacci-8.jpg 

Drin!                                                                                                                   Arriva la prima chiamata. La prima luce in sala si spegne, ed ecco dietro le quinte il vero spettacolo. Chiudo gli occhi per un minuto, quanto basta per non perdere nulla di significativo. Si percepisce il vento dell’emozione, dell’adrenalina. Il lavoro è iniziato da tempo. Da quando ci si incontra per il caffè che precederà le prove generali. Ci guardiamo famelici, è il banchetto dell’arte e noi siamo le portate. 

Drin, drin!!                                                                                      Il battito aumenta, è la seconda chiamata, altra luce spenta. La platea vocifera esaltata. Inizia anche il suo lavoro. Bellissimo spiarli dietro il pesante velluto rosso. Tu sei in quel momento la loro curiosità, la loro fantasia, sei li dove loro non osano arrivare. Gli attori completano il trucco e la memoria. Fanno esercizi per rilasciare la tensione.    

Si sente odore di cerone e polvere. 

Qualcuno ritarda e spaventa il direttore artistico. Tutto materiale per l’occhio di colui che è addetto a catturare ogni momento. Scorporare il tempo in piccole pause poetiche, realizzare quanti più fotogrammi possibile per raccontare questo evento. 

Drin, drin, drin!!! Stop a tutto! Si inizia. 

Drin, drin, drin!!! Ecco l’ultima chiamata. 

Buio in sala 

Buio dietro le quinte 

Buio nel laboratorio 

Impugno la mia arma, tre respiri e subito il primo scatto; quello di rito che rompe il ghiaccio. Scatto senza pensarci sopra, senza osservare nulla. Non curo nemmeno la tecnica, nulla di nulla, un solo click come per gioco. Ora si fa sul serio, i minuti passati sono immagini preziose perse per sempre. Osservo la scena, mi lascio raccontare tutto quello che vuole. Impugno la macchina, controllo l’inquadratura, la catturo con tutto ciò che di significativo contiene. Licenzio il flash e apro tutto, calcolo il tempo e vai! Si compie la magia. Come un buco nero, l’obiettivo assorbirà la vera luce che s’imprimerà sulla pellicola. Accadrà sul serio e solo in camera oscura si mostrerà in tutta la sua verità, nuda. Sei un attore adesso, lavori con loro dentro di loro e sei anche il pubblico. Hai il posto in prima fila. Sulla scena! Cadi in una trance lucida, hai la percezione di tutto quanto ti circondi. Hai il potere assoluto nel momento dello scatto. Gli attori, la scena, lo spettacolo e la platea sono in tuo potere.                                                                             

Tu sei il loro servitore!                                                                                                              Mi muovo come in mezzo alle trincee, quasi non ci fossi. Sono in scena ma non posso e non devo entrare in relazione con lo spettacolo. Il pubblico e tutti devono ignorare la presenza del mio corpo. Una distrazione… e un fotogramma è perso. Osservo i movimenti che scorrono da dietro l’obiettivo, il mio occhio meccanico. Guardo tutto attraverso esso. Un buon lavoro è una foto di scena e non un’opera personale. Bisogna sapersi freddi e distaccati, per poi emozionarsi solo a  lavoro finito. L’obiettivo colpisce tutti e tutto da ogni prospettiva. Ecco lì anche la regia, la sua luce rossa è abbastanza dolce da poterla riprendere a lungo senza che danneggi la pellicola. Fotografo la regista e il tecnico del suono nella loro direzione orchestrale. Fotografo il pubblico che entra a far parte della scenografia e della scena stessa. L’inquadratura mi riporta per immagini al teatro del Livin Theatre di J. Malina e J. Back. Non ci sono pause in questo spettacolo di teatro di ricerca. Tutto nasce e si consuma senza che nessuno possa distrarsi; tanto meno l’obiettivo; il terzo occhio. L’illuminazione è abbastanza diffusa, da permettere alla pellicola di soffrire meno. Apro il diaframma come una frontiera e invito tutto a lasciare la propria firma. La scenografia, le quinte, le americane, i par morbidamente colorati di gelatine ambrate, la tarlatana, il pavimento, le sedie del pubblico disposte a destra e alla sinistra della scenografia… dentro lo spettacolo. E’ tutto perfetto. Non farò nessuno sforzo. Loro lavorano, vivono ed io catturo la loro gloria. A volte tutto diventa così pericolosamente precario… una giusta inquadratura… rapisce movimenti velocissimi tali da rendere al fotogramma un’immagine fugace. Altre ne perdi la coincidenza… altre ancora, mentre spingi sullo scatto senti il rumore sordo di una pellicola terminata. In fretta la riavvolgi con cura, la riponi al sicuro nella sua tana e la sostituisci. Pellicola in bianco e nero, destinazione carta fotografica matta. Un punto di esposizione in meno a quello consigliato dalla macchina, rende più marcate le linee. I contrasti si accentuano e il bianco del cerone sulle facce quasi riflette e nutre la pellicola di quella assenza di luce, necessaria per una buona resa fotografica. Piccoli escamotage ti servono un buon lavoro. Uno sguardo a tutto tondo come per la scultura. La fotografia di teatro è il racconto di una determinata storia, precisa e matematica; impressionata sulla pellicola prima in “negativo” per poi svilupparla in “positivo” e permetterle una lettura corretta. La scultura racconta la stessa scena. Entrambe sono scene rubate al tempo, fisse, eterne. Entrambe sono il frutto di un inquadratura. Entrambe posseggono a un medesimo occhio, quello meccanico della macchina fotografica e quello invisibile della mente che guarda all’interno della creatività la propria scena. Un negativo ed un positivo. Anche nel modellato, fissi un’immagine, prepari la base e la struttura che la ospiterà, operi in positivo dal quale ricaverai un negativo. Come per la fotografia, in questo caso il negativo è tutto. Sbagliato quello… del positivo non ne resterà che il ricordo di una scena. Dall’immagine negativa ecco venire alla luce l’immagine positiva; quella che la nostra cultura visiva ha imparato a riconoscere come giusta. L’immagine ha raccontato le immagini della nostra vita. 

                                            Cala il sipario 

di Doriana Gesualdi 

da “Immagini che raccontano immagini”  

estratto dalla tesi di laurea in fotografia. AdBA Napoli